|
|
 |
 |
CULTURA, STORIA, POPOLAZIONE
|
|
|
LA MEMORIA
Il raccordo con
la preistoria è tutto al femminile: da una parte le splendide e feconde
Veneri di Parabita, le grandi madri dai pronunciati attributi materni,
scolpite in osso, risalenti a 15.000 anni fa e attualmente conservate in
calco presso il Museo Civico di Paleontologia e Paletnologia di Maglie,
insieme con un eccezionale repertorio di resti fossili rappresentativi della
fauna preistorica del Salento; dall’altra, sulla sponda adriatica, la
neolitica Grotta dei Cervi, a Porto Badisco, uno dei più imponenti monumenti
d’arte pittorica rupestre d’Europa, con oltre 3.000 pittogrammmi in ocra e
guano di pipistrello, caratterizzato da un criterio narrativo di intenso
movimento: danze, scene di caccia ai cervidi, figure geometriche e sciamani,
e, a ridosso di Castro, la Grotta Romanelli, stazione per eccellenza
dell’uomo paleolitico in Italia, con i primi graffiti pugliesi rivelatori di
una mitologia fondata sul simbolismo sessuale, e la Grotta Zinzulusa, ricca
di un fantastico proscenio di stalattiti e di stalagmiti, accessibile da un
dirupo attrezzato e dal mare. Più a Sud, invece, nel Capo di Leuca, le
caverne antelucane: la Grotta Tre Porte, con i resti dell’uomo di
Neanderthal e di fauna africana, come il rinoceronte, la Grotta
dell’Elefante e la Grotta dei Giganti, dove sono stati rinvenuti ossa e
denti di pachidermi, e la Grotta del Diavolo, che ha restituito focolari,
utensili e ceramiche del Neolitico, grotte marine spesso raggiungibili anche
da terra e memoria ancestrale di questo lembo estremo della penisola,
rifugio incontrastato del rarissimo fiordaliso salentino e del falco
pellegrino.

Costa selvaggia butterata da decine di grotte, con giochi di colori e di
riflessi irripetibili, da Punta Ristola fino alla Baia di Uluzzo, nel
versante ionico, dove ai margini del Parco di Portoselvaggio si aprono la
Grotta del Cavallo e la Grotta di Uluzzo, con depositi e manufatti
paleo-litici e resti di grandi mammiferi, che hanno fornito con i loro
eccezionali reperti fossili ai paleontologi di tutto il mondo nuove chiavi
di lettura e nuove direttrici di ricerca, a suggello di una radice
primordiale e oscura nei tempi che rende il Salento, a pieno titolo, un
giacimento a cielo aperto, liberamente accessibile da parte dei turisti, di
inestimabile valore documentario della preistoria e della protostoria del
Continente europeo. Se dichiaratamente propiziatorio è il primo totem
salentino, la «Venere» scoperta trent’anni fa a Parabita, maestosa essenza
della femminilità e della fertilità al pari della più famosa Venere
austriaca di Willendorf, più enigmatico è il significato per non dire la
destinazione dei megaliti salentini.
Diffusi in tutta la provincia, e databili forse all’età del Bronzo e quindi
cronologicamente posteriori all’analogo e imponente fenomeno del megalitismo
sviluppatosi lungo le coste dell’Europa atlantica, menhir, dolmen e specchie
rappresentano uno dei momenti più spettacolari, ma anche più misteriosi,
della storia antica salentina, posti come sono in bilico tra leggende e
supposizioni, nella più mortificante assenza di notizie certe.
Primi
abitanti civili e organizzati del territorio attualmente occupato dalle
province di Lecce, Brindisi e Taranto, i Messapi diedero vita a una civiltà
molto avanzata, le cui testimonianze, a volte imponenti, stanno venendo alla
luce in questi ultimi anni nel corso delle numerose campagne di scavo che
interessano molte zone del Salento.
Se ormai cieca è la memoria dei siti più arcaici sepolti sotto il moderno
impianto urbano di Lecce, Torre San Giovanni, Porto Cesareo, Otranto e Santa
Maria di Leuca, ben diversa la sorte di altri centri messapici dove più
fortunate sono state le ricognizioni archeologiche: Rudiae, con i resti di
un ninfeo e di un anfiteatro; Cavallino, con le sue mura chilometriche e le
sue cinque porte; Roca Vecchia (Melendugno), con i suoi crateri e la Grotta
della Poesia, splendido tempio naturale per i naviganti del Mediterraneo;
Muro Leccese e Vaste (ricadente in territorio di Poggiardo) con depositi
funerari, tesoretti in argento e oggetti di produzione greca.
Un patrimonio archeologico ed epigrafico di straordinario interesse può
essere ammirato presso il Museo Provinciale di Lecce (il più antico della
regione), il Museo Civico di Gallipoli, il Parco Archeologico di Alezio, il
Museo Civico di Ugento, e per un quadro d’insieme nel Museo Nazionale di
Taranto, veri e propri fondi di statue, trozzelle, fibule, crateri,
ceramiche dipinte e invetriate, lucerne, terrecotte d’importazione e locali,
ma soprattutto gelosi custodi di un passato fiorente e originale, animato
molto tempo prima della colonizzazione greca dalla potenza e dall’estro del
popolo dei due mari. (www.pugliaturismo.com) |
|
L'ETA' DEI
MESSAPI
È merito della
ricerca recente aver identificato una fase cronologica di estrema importanza
per la decifrazione delle dinamiche di formazione dell'ethnos messapico: si
tratta del periodo che va dal IX al VII secolo a. C. Gli abitati di questo
periodo sono caratterizzati da strutture e capanne con zoccolo di fondazione
in pietre irregolari, murature di elevazione in materiali deperibili e
coperture straminee. Di pianta ovale, con una lunghezza massima dai 9 ai 12
m, esse servivano probabilmente per un nucleo familiare allargato. Queste
prime abitazioni ancora di tradizione protostorica - rinvenute negli scavi
sugli abitati di Otranto, Cavallino e Vaste - riflettono un modo di abitare
ampiamente diffuso in quel periodo nel Mediterraneo. In associazione con le
strutture a capanna si rinvengono le ceramiche utilizzate nella sfera
quotidiana: per la mensa e come contenitori di liquidi vengono realizzati
vasi in argilla decorati con motivi geometrici in vernice bruna (ceramica
geometrica japigia). La distribuzione della ceramica sul territorio
salentino è rivelatrice dell'aumento dei siti, che raggiungono la massima
concentrazione nella seconda metà dell'VIII secolo a. C.
Un
altro dei temi su cui fa luce la ricerca archeologica è quello dei rapporti
con l'esterno. Le operazioni stratigrafiche condotte a Otranto hanno
restituito un grande numero di vasi greci dell'VIII secolo a. C. arrivati
nel Salento attraverso il Canale d'Otranto: essi documentano fitti e stretti
rapporti con l'opposta sponda adriatica e il mondo greco, rapporti iniziati
e sviluppati prima e indipendentemente dal fenomeno della colonizzazione
greca che portò i primi coloni in Puglia, a Taranto. solo alla fine dell'VIII
secolo a. C.
ETÀ ARCAICA E CLASSICA (VI-V SECOLO A. C.)
Il VI secolo a. C. rappresenta uno dei
momenti di maggiore vitalità della civiltà messapica: in tutti gli ambiti si
registrano grandi innovazioni che cambiano radicalmente lo stile di vita.
Fra i fenomeni di rilievo culturale va segnalata la comparsa dei primi
documenti scritti in lingua messapica. Fra i primi popoli italici ad
adottare la scrittura, i Messapi si servirono dell' alfabeto greco per
redigere la ricca serie di iscrizioni su vasi, cippi, stele prevalentemente
pervenuti in contesti culturali. Altri, incisivi segni delle trasformazioni
in atto nella società messapica, si colgono nella sfera religiosa: le
strutture dedicate al culto emergono in forme riconoscibili attraverso le
pratiche rituali adottate, che denotano significative affinità con il mondo
greco: la dedica di oggetti votivi specifici, vasi figurati, ceramica
miniaturistica, terracotte. (...) Un capolavoro della bronzistica magnogreca
arcaica, la splendida statua di Zeus rinvenuta a Ugento, rappresenta la
prova più significativa di un altro fenomeno che investe la sfera religiosa,
vale a dire la rappresentazione iconica della divinità.
Ma gli elementi che meglio
riflettono le trasformazioni di vasta portata in atto vengono dall'analisi
degli abitati. Il fenomeno più rilevante è forse rappresentato dal
cambiamento nel modo di abitare alle capanne dell'età del Ferro si
sostituiscono le abitazioni a più ambienti, di forma quadrangolare,
organizzate intorno a un cortile, con muri di pietra e copertura a tegole.
Cavallino, l'antico centro di cui non conosciamo il nome, alle porte di
Lecce, è l'osservatorio privilegiato per analizzare questo aspetto (...). In
questo contesto si sviluppa l'artigianato (con la produzione di ceramica,
elementi architettonici ecc.) e gli scambi con l'esterno apportano con
maggiore frequenza beni di consumo e oggetti "esotici" (come le ceramiche di
importazione, il vino greco) il cui uso non è appannaggio solo della élite.
(...)
La fine dell'abitato di Cavallino, nelle prime fasi del V secolo a. C.,
coincide con un momento di grave crisi che sembra investire numerosi altri
contesti archeologici. Questa crisi, a cui non è forse estraneo il conflitto
con Taranto, segna l'inizio di un periodo difficile da inquadrare in base
all'evidenza degli abitati, che diventa sfuggente, poco visibile, e
probabilmente corrisponde a una fase di "recessione" che durerà almeno fino
alla metà del IV secolo a. C.
IV-III SECOLO A. C.
È il periodo forse
più ampiamente documentato sia dagli oggetti che dalle vestigia monumentali
sparse sul territorio. Dopo la "stasi" del V secolo a. C., a partire dalla
metà del IV secolo fioriscono su tutto il territorio salentino numerosi
insediamenti. Le cinte murarie ne delimitano l'area che si estende in genere
per parecchi ettari. Se le dimensioni di un abitato "piccolo" si aggirano in
media sui 40/50 ettari, quelle dei centri maggiori - come Rudiae, Muro
Leccese, Ugento -superano i 100. Le differenze riscontrabili nelle
dimensioni dei siti riflettono l'assetto politico-sociale, probabilmente più
articolato rispetto all'età arcaica, che sembra organizzarsi secondo
strutture cantonali in cui emergono i siti maggiori con un ruolo di
riferimento. Nelle campagne intorno agli insediamenti messapici si registra
la presenza di nuclei insediativi sparsi, legati allo sfruttamento del
territorio: sono vari e numerosi gli elementi che indicano la crescita
demografica e la prosperità di questo periodo, forse legata all'introduzione
di nuove tecniche agricole che permettono un migliore sfruttamento del
terreno. Della ricchezza e della stratificazione sociale sono prova le tombe
monumentali che esibiscono nelle dimensioni, nell'architettura,
nell'apparato decorativo, l'elevato status sociale di appartenenza dei loro
proprietari: gli ipogei di Rudiae, di Vaste, di Lecce.
Nel centro di Vaste è stato possibile identificare le residenze dei ceti
aristocratici e gli edifici cerimoniali legati allo svolgimento delle
funzioni rappresentative della élite, come le sale per i banchetti. Un vivo
riflesso del potere anche economico è costituito dal rinvenimento del
tesoretto di 150 stateri di argento. Il suo interramento coincise con il
momento di crisi, fortemente traumatico, che pose fine a questo periodo di
particolare splendore della civiltà messapica. |
|
IL
MEDIOEVO
Nei mille anni di
storia definiti convenzionalmente Medioevo - dalla caduta dell'Impero
Romano d'Occidente nel 476 alla scoperta dell'America nel 1492 - il
Salento ha subito la dominazione di vari gruppi etnici, politici e
culturali: gli Ostrogoti, i Bizantini, i Normanni, gli Svevi, gli Angioini,
gli Aragonesi. Le loro tracce - come pure quelle di altri popoli dell'area
mediterranea e asiatica, dal Magreb al Pont Euxinus, con cui le genti del
Salento vennero in contatto grazie ai commerci - sono riemerse nel corso
delle campagne archeologiche condotte negli ultimi anni con tecniche
sempre più avanzate.
In particolare le ricerche degli ultimi anni stanno colmando il vuoto di
informazioni sul periodo bizantino, e soprattutto su Otranto, dove gli
scavi sono iniziati già negli anni Ottanta, a differenza di Gallipoli che
è ancora città non indagata.
A partire dal VI secolo l'antica Otranto diventò il ponte con l'Oriente
sostituendosi a Brindisi, e continuò a svolgere questo ruolo fino alla
conquista normanna dell'XI secolo. Ma l'entità e i caratteri del rapporto
con il mondo bizantino erano fino a qualche tempo fa poco conosciuti,
tanto è vero che la chiesa di S. Pietro d'Otranto, affascinante esempio
bizantino di chiesa a pianta centrale, appariva come un gioiello
eccezionale ma episodico e decontestualizzato. Gli scavi condotti
all'interno della città e nel territorio circostante hanno permesso di
conoscere il complesso degli interventi dell'epoca bizantina e di
approfondire la conoscenza dei legami con Costantinopoli, sotto il cui
occhio vigile Otranto si sviluppò tra il VI e il VII secolo.
La chiesa di S. Pietro e quella meno nota di Castro testimoniano di un
intenso sviluppo economico della Terra d'Otranto. (...)
Nel 1068 Otranto cadde
definitivamente nelle mani del gruppo di guerrieri normanni scesi dalla
Francia settentrionale che, sotto la guida degli Hautville, di lì a poco
daranno vita al ducato di Apulia et Calabria prima e al regno con capitale
a Palermo poi. Al periodo della conquista normanna del Salento risalgono
una serie di terrapieni artificiali o motte, che servivano simbolicamente
a segnalare e consolidare il potere sul territorio. Rispetto alle
centinaia di esempi censiti in Francia e in Inghilterra, nel Salento i
reperti sono molto limitati: ne esiste uno nel comune di Supersano,
conosciuto come Specchia Torricella e ignoto alle fonti medievali.
Un'altra motta, purtroppo meno conservata, è individuabile nel centro di
Nardò: eretta da Goffredo, conte di Conversano, nel 1055 a protezione
delle strade provenienti da Taranto e dal nord, venne donata da Filippo de
Toucy al convento dei Cappuccini nel 1271 quando la funzione militare era
ormai obsoleta.
Nella fase conclusiva della conquista la cristallizzazione del potere
feudale è descritta dai documenti che contribuiscono a individuare la
consistenza e distribuzione dei feudi, in particolare quelli religiosi, e
da alcuni monumenti che rappresentano i luoghi del potere locale, come i
castelli o masti di pietra. A Supersano, Alessano, Presicce, Felline,
Ruffano, Lecce, esistono tracce delle primitive strutture castellari e
difensive e spesso inglobate negli ampliamenti successivi: ma lo studio è
ancora nella fase iniziale.
Ma il vero simbolo del
potere normanno in Terra d'Otranto è il pavimento musivo (1163-65) della
Cattedrale di Otranto, edificata sul luogo di quella paleocristiana.
L'ingenuità espressiva non impedì che il mosaico divenisse un modello e un
distintivo politico per l'area salentina, tanto che nelle cattedrali di
Brindisi Taranto e Trani, vennero replicate le storie dell'Antico
Testamento, il bestiario di animali fantastici, le figure eroiche di
Alessandro e re Artù: temi tutti immediatamente riconoscibili a chi
proveniva dai regni del nord mentre era pressoché sconosciuta al
contemporaneo mondo bizantino la mitica figura di re Artù.
Il mosaico di Otranto è di poco precedente al dominio di Federico Il di
Svevia,il celebre imperatore che era archetipo del cavaliere medievale
alla ricerca di terre lontane, dedito alla caccia, ma pellegrino in Terra
Santa. Nel dominio di Federico, il Salento era un'area marginale e i
castelli che vi si trovavano erano modesti al confronto con quello di
Castel del Monte o di Castel Fiorentino, ma non per questo meno
affascinanti. (...)
È questo il periodo che
vede una forte espansione dei complessi agrari, di cui si possono contare
oltre 280 esempi nella sola provincia di Lecce: la loro storia potrà
essere raccontata dagli archeologi, ma già ora la loro esistenza è provata
dalle piccole chiese, spesso affrescate, sparse nelle campagne o inglobate
nel tessuto ediizio dei paesi. Da visitare S. Barbara a Montesardo, S.
Cesario e S. Maria la Strada a Taurisano, S. Maria d'Aurio, S. Maria di
Sombrino, S. Maria dei Panetti ad Acquarica del Capo, S. Maria della
Camera a Collemeto. Contemporanei a queste strutture erano i monasteri e
le grange benedettini, alcuni probabilmente di fondazione bizantina, altri
di età normanna o successivi. Nel Salento sono presenti i resti dei
complessi monastici italo-greci di S. Nicola di Casole, presso Otranto, e
di S. Maria di Cerrate, presso Lecce, l'uno in pessimo stato di degrado,
l'altro restaurato e posto sotto la tutela della Provincia. Gli
sconvolgimenti economici e sociali del XIV secolo videro l'abbandono o il
depauperamento di molti insediamenti monastici, ma il più delle volte il
nome fu ereditato dalle masserie e dai fondi rurali. Gli insediamenti
rurali sopravvissuti alla fase medievale si svilupparono fino a divenire i
centri urbani attuali. La loro trasformazione più forte avvenne nel
periodo aragonese, all'epoca del primo potenziamento delle strutture
difensive, che cancellò o nascose le più antiche tracce dell'antichità
bizantina e medievale. |
|
ORIENTE E
OCCIDENTE
TRADIZIONI D'ORIENTE,
INVENZIONI D'OCCIDENTE
Il Salento, rispetto al resto della Puglia, non aveva mai visto nel corso
dell'alto Medioevo l'alternarsi di Longobardi e Arabi, ma era rimasto
stabilmente legato a Bisanzio. Perdute o non ancora ritrovate le
testimonianze artistiche relative ai secoli VIII e IX, è solo a partire dal
X secolo che compaiono nel paesaggio agricolo insediamenti rupestri e
soprattutto piccoli santuari e luoghi di culto, scavati nel tufo e a
servizio di comunità e villaggi rurali, che ripropongono i modelli degli
edifici bizantini sul divo.
NEL SEGNO DELLA CULTURA GRECA
A Carpignano Salentino, nella cripta della
chiesa delle Ss. Cristina e Marina, compare nell'abside centrale la più
antica immagine di Cristo benedicente, con l'Annunciazione ai lati: a
firmarla, datandola 959, è il pittore Teofilatto, su commissione del prete
Leone e di sua moglie Crisolea. La stessa iscrizione, nonché lo stile
popolaresco della composizione, rivelano la discontinuità stilistica e
qualitativa degli affreschi delle cripte, quasi sempre legate a committenze
private. A dipingere sono maestranze locali o provenienti dall'Oriente, che
parlano e scrivono greco in un contesto dominato dalla cultura greca. In
questa prima fase, che coincide con il dominio politico di Bisanzio tra X e
XI secolo, le espressioni artistiche del Salento sono coerenti con quelle
delle altre regioni dell'impero d'Oriente, soprattutto con la Cappodocia, la
Serbia e Corfù, i cui monumenti e documenti artistici presentano strette
analogie stilistiche con quelli salentini.
Nella maggior parte dei
casi, nelle cripte non compaiono ampli cicli iconologici ma più spesso
sequenze di immagini dei santi, rigorosamente collocati in posizione
frontale entro pannelli devozionali. Elegantissima, come una principessa
bizantina, è la Santa Barbara di S. Maria della Croce a Casaranello, come
anche il Cristo benedicente, il San Filippo e il Sant'Andrea nella cripta
dei Ss. Stefani a Vaste. Ma non mancano scene di un ciclo cristologico,
tutte vivacemente narrate come la Lavanda dei piedi e l'Ultima Cena in S.
Pietro a Otranto. Con l'avvento dei Normanni si assiste a un proliferare di
chiese sul divo e alla rifondazione di monasteri basiliani che possono
contare sull'appoggio e il sostegno dei nuovi signori, interessati a non
soffocare la cultura locale impregnata di grecità.
L' abbazia di S. Maria di Cerrate è la testimonianza più eloquente: nei
sottarchi della navata centrale le prime due immagini affrescate
rappresentano S. Basilio e S. Benedetto, il santo d'Oriente e il santo
dell'Occidente, che accolgono i fedeli all'ingresso della chiesa.
Nell'abside una lieve, elegante e raffinata rappresentazione dell'Ascensione
è quanto resta di un probabile ampio ciclo pittorico riconducibile alla fine
del XII secolo. La scena del catino è completata dalle immagini dei santi
padri della chiesa ritratti sul tamburo in posizione frontale e con un libro
in mano, e il tutto è delimitato da una cornice decorata con girali campiti
su fondo azzurro e intrecciati con lettere arabe, come si vede anche nella
chiesa di S. Pietro a Otranto.
Tutto ciò testimonia
la vivacità del flusso di idee che coinvolge il Mediterraneo influenzando la
produzione artistica al tempo dei Normanni prima e degli Svevi dopo. Segnali
simili si ritrovano nella chiesa dei Ss. Niccolò e Cataldo a Lecce, voluta
nel 1180 da Tancredi, conte di Lecce, dopo il suo ritorno dalla Terra Santa.
Felice connubio tra l'impianto francese di tipo borgognone (interno voltato
a botte acuta), e l'evocazione islamica della cupola, la chiesa leccese
recupera anche il repertorio decorativo bizantineggiante nei capitelli
dell'interno e il gusto islamico della decorazione nel portale, dove
l'intaglio ligneo musulmano sembra applicato con fedeltà sulla pietra
leccese. I Benedettini furono particolarmente abili, insieme ai loro
protettori normanni, a coniugare il gusto e le tradizioni artistiche locali
con nuovi e accattivanti scenari, innescando un processo, lento ma
inesorabile, di occidentalizzazione. E saranno soprattutto la scultura e
l'architettura ad adottare per prime il linguaggio "latino": il portale dei
Ss. Niccolò e Cataldo diviene un modello che s'imporrà per almeno due
secoli, come dimostrano le successive architetture di S. Maria della Strada
a Taurisano, S. Maria d'Aurio e S. Caterina a Galatina nel 1391. La pittura,
invece, conoscerà una svolta in chiave antibizantina a S. Maria della Croce
a Casaranello, dove le vite di S. Caterina d'Alessandria e S. Margherita d'Antiochia,
affrescate nella volta della navata centrale da un pittore meridionale
conoscitore degli esiti della pittura catalana-roussillionese dell'età sveva,
raccontano, per la prima volta in maniera discorsiva, le storie dei santi,
così come esse erano interpretate dal popolo.
IL GUSTO DI FRANCIA
Ma saranno gli Angioini,
con il loro esclusivo gusto francesizzante da un lato, e il legame esclusivo
col mondo francescano dall'altro, a imporre, a partire dai primi decenni del
XIV secolo, il linguaggio "latino" in pittura come in architettura. Dalla
corte napoletana si irradia in periferia, presso i nobili feudatari locali,
il gusto della magniloquenza e del potere: nel Salento l'operazione di
rinnovamento viene avviata dal ramo cadetto della casata regnante, in
particolare da Filippo, principe di Taranto. Tra le prime testimonianze di
questo nuovo approccio, figurano la Cattedrale di Nardò e la chiesa di S.
Maria della Lizza ad Alezio. Citata in un documento del 1330 come S. Maria
de Cruciata, la costruzione esibisce in facciata un monumentale avancorpo
fortificato aperto su tre lati e voltato a crociera con i costoloni
poggianti su capitelli figurati: un modello francese che rivela analogie
sostanziali con S.t'Amond de Coly in Dordogna. Con la distruzione di
Gallipoli, voluta da Carlo I d'Angiò, la chiesa di Alezio divenne cattedrale
per alcuni decenni nel corso del Trecento, sino alla ricostruzione della
nuova sede gallipolina.
I feudatari angioini - quasi tutti di origine francese, come i Brienne, gli
Enghien, i del Balzo, i Chiaromonte, i Maremonti -daranno origine a nuove
imprese architettoniche e pittoriche spesso in accordo con gli ordini
religiosi francescani e domenicani: ne rimane traccia nella chiesa di S.
Caterina d'Alessandria a Galatina, nella Torre di Belloluogo a Lecce e nella
cappella Maremonti a Campi Salentina, una recente scoperta. Nella Torre di
Belloluogo, in un piccolo oratorio, le Storie della Maddalena, opera di
maestranze post-giottesche napoletane della fine del XIV secolo, sembrano un
omaggio alla dinastia angioina, particolarmente devota della santa che aveva
evangelizzato la Provenza, tanto è vero che Carlo II aveva promosso un
pellegrinaggio da Napoli alla Provenza sui luoghi che erano anche quelli di
provenienza dei Brienne. Lo spazio è rigorosamente diviso tra le Storie dei
Vangeli e quelle, di tradizione popolare, della Legenda aurea di Jacopo da
Varagine. Inserite entro cornici a racemi e a cosmatesche, le scene hanno la
raffinata coloritura tipica delle miniature, specie negli episodi delle Pie
donne al sepolcro, Noli me tangere, e soprattutto della Partenza dalla
Palestina. Legate alla committenza della famiglia del Balzo Orsini sono
invece le imprese di Soleto e Galatina.
Nella chiesetta di S.
Stefano a Soleto maestranze occidentali, che affrescano un Giudizio
universale e il ciclo cristologico, lavorano a stretto contatto con pittori
bizantini cui invece è demandata la decorazione dell'abside, luogo
principale di un culto che evidentemente teneva ancora conto della lingua e
della liturgia greche. A Galatina, invece, è forte la presenza dei
committenti nella scelta del programma iconologico per la chiesa di S.
Caterina d'Alessandria. Ultimata da Raimondello Orsini al ritorno dal suo
viaggio in Oriente, completata nella struttura nel 1391 e assegnata ai
francescani, che la fecero decorare parzialmente negli anni successivi, fu
certamente completata dopo il 1416 con l'arrivo di maestranze napoletane che
conoscevano bene i cicli decorativi di Donnaregina e dell'Incoronata. Una
straordinaria rappresentazione dell'Apocalisse è dipinta nella
controfacciata, mentre nelle vele della seconda campata in rigorose scatole
prospettiche sono raffigurati i Sacramenti. Alle pareti cicli cristologici e
biblici, cui si mescolano figure di santi francescani e stemmi genealogici
degli Orsini, precedono le Storie di Santa Caterina nell'abside, dove si
ergono i monumenti funebri di Raimondello e G. Antonio Orsini del Balzo,
raffigurati in abiti francescani, proprio come usavano i re napoletani.
L'impresa di Galatina rappresenta il momento culminante e il massimo sforzo
di occidentalizzazione del gusto artistico, riconoscibile anche nel pannello
superstite con la Storia di Santa Caterina da Siena nel convento dei
Domenicani a Lecce, nella ritrovata cappella Maremonti a Campi Salentina e
infme nella nuova decorazione di S. Maria di Cerrate dove, in nostalgico
ossequio al gotico fiorito, il mondo cavalleresco delle corti italiane è
rappresentato nelle raffigurazioni di San Giorgio che libera la principessa
dal drago, di Sant'Eustachio e la cerva e nell'Annunciazione allestita
all'interno di un palazzo rinascimentale. ( Tratto da Lecce e il
Salento-Touring Club Italiano)
|
|
|
 |