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Tu non conosci il Sud, le
case di calce
Da cui uscivamo al sole come numeri
Dalla faccia d'un dado.
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Finibusterrae di Vittorio Bodini
Vorrei essere fieno sul finire del giorno
portato alla deriva
fra campi di tabacco e ulivi, su un carro
che arriva in un paese dopo il tramonto
in un'aria di gomma scura.
Angeli pterodattili sorvolano
quello stretto cunicolo in cui il giorno
vacilla: è un'ora
che è peggio solo morire, e sola luce
è accesa in piazza una sala da barba.
Il fanale d'un camion,
scopa d'apocalisse, va scoprendo
crolli di donne in fuga
nel vano delle porte e tornerà
il bianco per un attimo a brillare
della calce, regina arsa e concreta
in questi umili luoghi dove termini, Italia, in poca rissa
d'acque ai piedi d'un faro.
E' qui che i salentini dopo morti
fanno ritorno
col cappello in testa.
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"...correvamo verso un punto preciso,
un nome, uno scoglio, in cui con la Puglia finiva anche l'Italia. Ora la
testa, la chioma dell'italia si sperde in monti e foreste di altri paesi, e
i confini non si avvertono, ma il mare è l'infinito, il mare è il
vero limite di un paese. Anche Reggio è alla fine della Penisola, ma
subito dopo c'è l'isola e subito dopo l'Africa; non c'è tempo di
perdersi. Ma aLeuca
sì..."
Franco
Antonicelli, "Finibusterrae"1954, in occasione di un viaggio in Puglia
in compagnia di Italo Calvino
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(*
sfondo: I sassi del Salento,
Vincenzo Ciardo)
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